Un orologio, la CIA, segreti e sicurezza nazionale. Il tempo, come sempre, gioca un ruolo da protagonista nello scandire gli eventi ed il loro progressivo distribuirsi nella storia. Se, poi, il segnatempo in questione è marcato dalla Maison ginevrina, il fascino indiscutibilmente si amplifica ed assume toni e tinte che meritano di essere raccontati…
All’entrata dell’Old Headquarters Building della Central Intelligence Agency che si trova a Langley, in Virginia, sono scolpite 141 stelle a cinque punte. Ognuna di quelle stelle impresse a mano nel marmo bianco di Sylacauga (Alabama) è posta a ricordo di un caduto in missione per il servizio di spionaggio estero degli Stati Uniti. Circa la metà di queste stelle sono l’unico segno in memoria di agenti senza nome che sono stati coinvolti in operazioni coperte, missioni protette dal segreto militare, che non possono essere rivelate nei dettagli per ragioni di sicurezza nazionale. Ma vengono desecretate e rese note al mondo dopo molti, molti anni. Una di quelle – ora lo sappiamo – è stata posta in memoria di Norman Schwartz, un pilota da combattimento, che ha effettuato “missioni segrete” per conto della CIA durante la Guerra Fredda. Quella che segue è la storia della sua ultima missione e dell’orologio che si è fermato la notte della sua morte, avvenuta nel cuore della giungla manciuriana; un Rolex Oyster Datejust con seriale 613482 che, secondo chi ha avuto la cura di eseguire una dettagliata indagine su questo cimelio, lo data approssimativamente al 1947.
Capita a tutti di trascorrere notti insonni, e capita, proprio in quelle notti, di perdersi su Internet alla ricerca di qualcosa che possa accompagnarci nell’attesa dell’alba; qualcosa che possa incuriosirci o destarci da quello che in fondo è un limbo fatto di sbadigli e ansia di non poter più dormire. È in una notte come quella, che mi sono imbattuto nell’articolo di Cole Pennington, intitolato “L’orologio venuto dal freddo”, con un evidente richiamo al titolo del romanzo spionistico di Le Carré. L’articolo, pubblicato da Hodinkee, è incentrato sull’incredibile storia del Rolex di Norman Schwartz, rilanciata proprio nel giorno della memoria, che ha visto apporre sul muro di Langley, come sopra accennato la centoquarantunesima stella. Quell’orologio unico nel suo genere, ripetiamo, un Rolex Oyster Perpetual Datejust oro e acciaio, “Rolesor”, con lunetta zigrinata “mille righe”, corona marchiata ancora con la croce svizzera e la dicitura “Rolex Oyster” associabile a una referenza 6105, è stato recuperato a cinquant’anni di distanza dalla sua morte; il calibro alimentava il suo movimento perpetuo, si è fermato dopo il brusco impatto con il terreno e le fiamme che hanno avvolto la cabina dell’aereo sul quale volava Schwartz, hanno gonfiato e opacizzato il vetro fino a renderlo una bolla color ruggine.
Ex pilota di caccia, Schwartz aveva combattuto sul fronte del Pacifico nella Seconda Guerra Mondiale, volando sugli F4U Corsair dei Marines – come la “pecora nera” Gregory Pappy Boyington -, per poi unirsi alla Civil Air Transport, una compagnia aerea civile gestita segretamente dalla CIA in tutta l’Asia orientale, fondata da Claire Lee Chennault, ex comandante delle “Flying Tigers”, e precorritrice della più famosa “Air America”. Le occupazioni di questi piloti civili cooptati dall’agenzia di spionaggio statunitense sono sempre state opache, esotiche e decisamente affascinanti. Per lo più erano semplicemente degli yankee abbastanza coraggiosi, o abbastanza folli, che avevano trovato qualcuno disposto a pagarli bene per continuare a vivere una vita comoda e avventurosa nell’Estremo Oriente. All’apparenza sembravano semplici piloti di aerei cargo assegnati a tratte abituali, mentre in realtà supportavano alcune delle missioni segrete più pericolose del loro tempo, infiltrando ed esfiltrando spie nella Cina comunista, o recapitando armi e munizioni per foraggiare le milizie anticomuniste sparse nell’intera regione.
La notte del 29 novembre 1952, Norman Schwartz e il suo copilota, Robert Snoddy, stavano volando nei cieli del nord della Cina a bordo di un bimotore a elica C-47 privo di insegne, ad eccezione del numero sulla coda, B813, con due agenti della CIA, due operativi, John Downey e Richard Fecteau, per compiere una missione diversa dalle altre che avevano condotto fino a quel momento: recuperare una spia anticomunista attraverso il sistema sperimentale “All American Pick Up”. Si trattava di una tecnica di recupero di personale di terra in aree calde, attraverso la tensione di una fune sospesa tra due pali, che venivano fissati a terra dal temerario, il quale sarebbe stato agganciato al volo dall’aereo grazie a una particolare imbracatura. L’equipaggio dell’aereo, in questo caso Downey e Fecteau, lo avrebbe issato piano piano a bordo, mentre Schwartz e Snoddy invertivano la rotta nell’oscurità, il che li avrebbe protetti fino alla base. Purtroppo quella notte qualcosa andò storto. Mentre l’aereo scendeva appena sopra le cime degli alberi per compiere l’estrazione, nidi di mitragliatrici ben mimetizzate aprirono il fuoco bersagliando l’aereo. La missione era stata compromessa.
Li Chun Ying, un agente reclutato e addestrato dalla CIA per condurre operazioni di guerriglia, era stato scoperto e aveva rivelato le coordinate del rendez-vous che i cinesi usarono per tendere l’imboscata. Il tiro incrociato delle mitragliatrici, che perforarono abitacolo e serbatoi, non lasciò scampo all’aereo di Schwartz, che si schiantò a circa 50 metri dall’obiettivo, poco prima di mezzanotte. Schwartz e Snoddy probabilmente morirono sul colpo, o intrappolati nell’abitacolo che venne avvolto dalle fiamme, mentre gli agenti della CIA, Downey e Fecteau, sopravvissuti, vennero catturati e imprigionati. Furono rilasciati nel 1972 grazie alla negoziazione di Henry Kissinger. Per giustificare la scomparsa dell’aereo, venne fornita una falsa versione alle famiglie, sostenendo che il C-47 della Civil Air Transport era precipitato da qualche parte nel Mar del Giappone, mentre volava da Seul a Tokyo, senza lasciare traccia, al di fuori di una macchia di nafta e detriti che accreditavano l’ipotesi di un incidente in mare. Per quasi mezzo secolo la missione rimase segreta e alla famiglia di Schwartz fu detto solo che il loro figlio era “scomparso durante un volo di routine”. Ci vollero anni prima che il nipote di Schwartz, Erik Kirzinger, onorasse la promessa fatta a sua madre, sorella di Norman, e riuscisse a ricostruire la dinamica della morte di quel pilota coraggioso rimasto sepolto sotto la neve della Manciuria per mezzo secolo.
Le indagini congiunte portarono al ritrovamento dei frammenti di ciò che restava dell’aereo, possibili resti umani e alcuni effetti personali: uno stivale, una matita meccanica Parker e un orologio con il vetro corroso, che aveva assunto una colorazione bruno-rossastra e un profondo graffio sul fondello. Venne spedito tutto al Laboratorio Centrale di Identificazione del Comando Congiunto per il Recupero dei Prigionieri di Guerra e dei Dispersi in Azione, il Joint POW/MIA Accounting Command, che si trova presso la base aerea Hickam, alle Hawaii, il 9 luglio 2004.
Per 52 anni quell’orologio, un Rolex per l’appunto, era rimasto sepolto insieme all’uomo che lo aveva indossato l’ultima notte della sua vita. Dissero che puntando una luce molto intensa sul vetro cotto dalle fiamme, si potevano intravedere le sfere annerite; segnavano pochi minuti alla mezzanotte, il fatidico momento in cui il pilota aveva tolto potenza ai motori per rallentare e sorvolare per la terza volta il punto di esfiltrazione, tra le foreste buie della Cina settentrionale, a nord del confine coreano, poco distante dal fiume Yalu. Prima di essere colpito e andare giù.
A Schwartz venne conferita la Distinguished Intelligence Cross postuma. Ma tutto ciò che rimane di lui è una stella sul muro, una medaglia e un vecchio orologio, che suo nipote ha ricevuto solo nel 2019, dopo altri 15 anni in cui era rimasto fermo sopra ad uno scaffale del Laboratorio Centrale di Identificazione alle Hawaii. Il Rolex di Norman Schwartz è rimasto fermo quasi a mezzanotte di 74 anni fa, ma è tornato in America per raccontare per sempre la sua storia. Anzi, per perpetuarla.
Romano, appassionato di orologi fin dalla tenera età, vivo nel passato ma scrivo tutti giorni per Il Giornale e InsideOver, dove mi occupo di analisi militari e notizie dall’estero. Ho firmato anche sul Foglio, L’Intellettuale Dissidente e altre testate.



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