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Longines Diving (2^ Parte)

Longines Diving (2^ Parte)

La tradizione della Maison di Saint-Imier nel segmento egli orologi subacquei ha avuto inizio più di 80 anni fa. Il lancio dei nuovi Legend Diver, al quale aggiungiamo, in questa seconda e ultima parte del nostro racconto, quello degli HydroConquest bicolore, c’impone di ripercorrere un’evoluzione che ha dato un notevolissimo contributo allo sviluppo di soluzioni d’avanguardia per garantire la massima sicurezza e resistenza di tali, particolari segnatempo.

Nella prima puntata dell’epopea “diving” di Longines, ci eravamo fermati al 1964, e precisamente al Longines Super-Compressor, referenza 7594 (con l’opportuna precisazione, dell’inesistenza della ref. 7494, semplicemente un errore della Maison nella marcatura). Avevamo focalizzato l’analisi storico-tecnica, sui modelli ispiratori delle più recenti versioni dei Legend Diver Watch, mentre, in questa sede, proseguendo l’illustrazione delle successive evoluzioni del subacqueo della Maison di Saint-Imier, arriveremo a definirne la configurazione più sportiva, identificata dall’HydroConquest. Tutto questo non prima di aver ricordato  come Longines collaborò con il fisico ed esploratore svizzero Auguste Piccard che, verso la fine degli anni ’40, mise a punto un batiscafo (piccola unità sommergibile ad auto-propulsione adatta per immersioni a profondità sensibilmente maggiori di quelle normalmente raggiunte dai sommergibili militari), per le esplorazioni a profondità mai raggiunte prima di quel momento. Il batiscafo, battezzato FNRS 3, nel 1953, scese a 2.100 metri al largo di Tolone ma, successivamente, il 30 settembre dello stesso anno, con il batiscafo Trieste (costruito in Italia con il supporto del figlio Jacques, a Trieste, per l’appunto, presso il Cantiere San Marco e a Castellammare di Stabia, dove la batisfera fu saldata allo scafo), padre e figlio, al largo dell’isola di Ponza, nella fossa del Mar Tirreno, raggiunsero i 3.150 metri. L’immersione durò due ore e ventidue minuti e, al polso di Jacques Piccard, vi era un Longines. Al termine dell’impresa, Jacques scrisse alla Maison di Saint-Imier: “Questo orologio mi ha sempre dato piena soddisfazione. Colgo l’occasione per informarvi che lo portavo al braccio, durante l’immersione del batiscafo ‘Trieste’ a 3.150 m., lo scorso 30 settembre”. Longines equipaggiò anche il cockpit del batiscafo, con una strumentazione che cronometrò tutte le fasi dell’immersione, incluso il tempo di discesa, il tempo di riemersione e il consumo di ossigeno (un cronometro fu anche collegato ad un dispositivo di sicurezza). 

Interni del batiscafo messo a punto da Auguste Piccard a partire dalla fine degli anni ’40, che cominciò a raggiungere profondità di rilievo nel 1953 (2.100 metri) e che, con l’evoluzione del FNRS 3, ossia il Trieste, arrivò sul punto più profondo della Terra, ossia la Fossa delle Marianne, a 10.902 metri di profondità, il 23 gennaio 1960.

Cronometri Longines che facevano parte della strumentazione speciale di bordo dei batiscafi progettati da Auguste Piccard per le immersioni a grandi profondità. Cronometrarono tutte le fasi dell’immersione, incluso il tempo di discesa, il tempo di riemersione e il consumo di ossigeno (un cronometro fu anche collegato ad un dispositivo di sicurezza).

Nel 1954, il FNRS 3, scese ancora più a fondo, a 4.050 metri, ma, il 23 gennaio del 1960, il Trieste (nel frattempo, ceduto alla Marina degli Stati Uniti) ottenne il massimo risultato possibile, raggiungendo il punto più profondo della Terra, ossia il fondale della Fossa delle Marianne, nella zona dell’Isola di Guam, nell’Oceano Pacifico. A bordo vi erano Jacques Piccard e Don Walsh, capitano della U.S. Navy e oceanografo. Aneddoticamente, i sistemi di bordo rilevarono una profondità di 11.521 metri, successivamente corretta a 10.916 metri; misurazioni ancora più precise portarono quel dato a 10.911 metri nel 1995 e, definitivamente, nel 2009, a 10.902 metri. La discesa durò 5 ore e i due uomini rimasero nel punto più profondo della crosta terrestre per circa venti minuti: le comunicazioni con la nave di superficie avvennero con successo, in virtù dell’utilizzo di un sistema sonar/idrofono, e i messaggi, per percorrere i circa undici chilometri che separavano il Trieste dalla superficie, impiegavano 7 secondi. Al polso di Piccard e Walsh vi erano due cronometri Longines, per misurare il distacco e la caduta della zavorra di ferro, operazione funzionale alla riemersione. Si trattò di una partnership prestigiosa, che confermò il livello assoluto raggiunto da Longines nella realizzazione di modelli “professionali”, performanti in condizioni estreme. Nel 1967, la Maison tornò sullo Skin Diver, realizzando una variante cronografica, la ref. 7981, denominata anche “BigEye”, a motivo del contatore dei 30 minuti crono al 3, sovradimensionato rispetto a quello dei secondi continui al 9. La lunetta girevole, graduata sulle dodici ore (internamente) e sui 60 minuti, era bordeaux, e la cassa in tre parti, con fondello serrato a vite, misurava 40 mm di diametro; l’orologio impiegava il calibro manuale di manifattura 530, che corrispondeva al calibro 30CH con dispositivo flyback. 

Cronografo Skin Diver del 1967, ref. 7981, denominato “BigEye”, a motivo del contatore dei 30 minuti crono al 3, sovradimensionato rispetto a quello dei secondi continui al 9. La lunetta girevole, graduata sulle dodici ore (internamente) e sui 60 minuti, era bordeaux, e la cassa in tre parti, con fondello serrato a vite, misurava 40 mm di diametro; l’orologio impiegava il calibro manuale di manifattura 530, che corrispondeva al calibro 30CH con dispositivo flyback.

Nello stesso anno, con proiezione sul 1968, Longines lanciò l’Ultra-Chron Diver, ref. 7970 (la produzione della prima serie, per la precisione, cominciò nel novembre del 1967 e presentava la sfera dei secondi centrali con estremità a punta di freccia), il primo modello subacqueo equipaggiato con un movimento meccanico ad alta frequenza, ossia 36.000 alternanze/ora: si trattava del calibro automatico di manifattura 431, il cui livello di precisione si attestava  sul minuto al mese, che si traduce in 2 secondi al giorno. Era alloggiato in una cassa “coussin” sfaccettata, da 41 mm, fabbricata da La Centrale Bienne, impermeabile fino a 200 metri (nella terza serie di questa referenza, Longines intervenne sulla zigrinatura della lunetta, per migliorarne la presa). Da notare la sfera dei minuti in rosso e, riguardo alla ghiera  girevole unidirezionale, la graduazione era in rosso su fondo nero, interrotta dal riferimento triangolare luminescente. E il 1968 fu un anno decisamente prolifico, per Longines, sul fronte dei subacquei, poiché vide la luce anche il modello Ultra-Chron “Super Compressor” Diver, ref. 8221, anch’esso equipaggiato con il calibro 431. La cassa in acciaio da 43 mm fu realizzata, ça va sans dire, dalla E. Piquerez SA, ed era in grado di sopportare pressioni fino a 30 atmosfere. Pensato per subacquei professionisti, questo esemplare poteva essere indossato in ambienti di lavoro ad importanti profondità, all’interno di campane d’immersione sature di elio (al fine di evitare il problema della decompressione): sotto il profilo orologiero, infatti, l’elio entrato nella cassa, ne poteva agevolmente fuoriuscire, grazie ad uno speciale dispositivo collocato sul fondello, escludendo l’ipotesi di rotture strutturali o “salti” del vetro, in fase di decompressione. Dotato di vetro minerale temprato, la ref. 8221 riproponeva la lunetta girevole interna sul rehaut, per la selezione dei tempi d’immersione, che aveva esordito sulla referenza 7042 (gestita da una corona al 4), ideata per evitare rischi di urti, corrosioni e danneggiamenti su ghiera esterna, molto pericolosi, soprattutto, nelle fasi di compensazione e decompressione. Sempre nel 1968, ecco il Diver’s Chronograph, ref. 8224, presentato su cassa “coussin” in acciaio, in due parti, impermeabile fino a 20 atmosfere, da 42 mm, ancora opera della E. Piquerez SA. I connotati sono assimilabili alla ref. 8221, con la ghiera girevole interna sul rehaut, graduata con la scala sessagesimale (con countdown in rosso per gli ultimi venti minuti), regolabile mediante una corona al 10: i pulsanti crono “a pompa”, infatti, sono posizionati tradizionalmente, al 2 e al 4. Interessante l’evidenziazione in rosso dei venti minuti, sul contatore dei minuti cronografici (su 30 unità) al 3, funzionale al controllo della durata dei tempi in sport quali l’hockey su ghiaccio e la pallacanestro. Sul quadrante nero mat, realizzato dalla Singer SA, le ore crono sono al 6 e i piccoli secondi al 9 (su fondo bianco, come i minuti crono), mentre gl’indici a barretta  applicati sono rivestiti di materiale luminescente. Il calibro manuale impiegato è il 332, la cui base è costituita dal celebrato Valjoux 72.    

Sempre nel 1967, Longines lanciò l’Ultra-Chron Diver, ref. 7970 (la foto si riferisce ad una serie prodotta nel 1968), il primo modello subacqueo equipaggiato con un movimento meccanico ad alta frequenza, ossia 36.000 alternanze/ora: il calibro automatico di manifattura 431, il cui livello di precisione si attestava  sul minuto al mese. Cassa “coussin” sfaccettata, da 41 mm, impermeabile fino a 200 metri. Da notare la sfera dei minuti in rosso e, riguardo alla ghiera  girevole unidirezionale, la graduazione era in rosso su fondo nero, interrotta dal riferimento triangolare luminescente.

 

Nel 1968, Longines presentò l’Ultra-Chron “Super Compressor” Diver, ref. 8221, equipaggiato con il calibro 431. La cassa in acciaio da 43 mm era in grado di sopportare pressioni fino a 30 atmosfere: prevedeva uno speciale dispositivo collocato sul fondello, per far fuoriuscire l’elio entrato nella cassa durante le immersioni in saturazione, escludendo l’ipotesi di rotture strutturali o “salti” del vetro, in fase di decompressione. Dotato di vetro minerale temprato, la ref. 8221 riproponeva la lunetta girevole interna sul rehaut, per la selezione dei tempi d’immersione, che aveva esordito sulla referenza 7042, ideata per evitare rischi di urti, corrosioni e danneggiamenti su ghiera esterna.

E chiudiamo, arrivando al 1970, con un modello molto particolare, figlio dell’avvento dei movimenti elettronici che condusse alla violenta crisi dell’industria orologiera elvetica: si tratta dell’Ultronic Diver, ref. 8484, in acciaio da 41 mm, impermeabile fino a 20 atmosfere, dotato di movimento elettronico a diapason, calibro Longines 6312, su base ESA 9162, a garanzia di una precisione di 2 secondi al giorno di media. Sotto il profilo strutturale,  la lunetta girevole unidirezionale era esterna, mentre, sul quadrante nero mat, allo stesso modo delle referenze 7970 e 8221, la lancetta dei minuti è di colore diverso, rispetto a quella delle ore, arancione o gialla.

Diver’s Chronograph, ref. 8224 (1968), presentato su cassa “coussin” in acciaio, in due parti, impermeabile fino a 20 atmosfere, da 42 mm. Riprende i connotati estetico strutturali della ref. 8221, con ghiera girevole interna sul rehaut, graduata con la scala sessagesimale, regolabile mediante una corona al 10: i pulsanti crono “a pompa”, infatti, sono posizionati tradizionalmente, al 2 e al 4. L’evidenziazione in rosso dei venti minuti, sul contatore dei minuti cronografici (su 30 unità) al 3, era funzionale al controllo della durata dei tempi in sport quali l’hockey su ghiaccio e la pallacanestro. Sul quadrante nero mat, le ore crono sono al 6 e i piccoli secondi al 9, mentre gl’indici a barretta  applicati sono rivestiti di materiale luminescente. Il calibro manuale impiegato è il 332, la cui base è costituita dal celebrato Valjoux 72.

I calibri “diving” di Longines 

Anche in questa seconda parte, lungo l’excursus storico sull’evoluzione dei modelli diving di Longines, fino al 1970, abbiamo citato principalmente quattro calibri di manifattura, che vennero adottati su quella tipologia di orologi. Di ognuno, illustriamo qui di seguito le più importanti caratteristiche:

Calibro 530: come accennato, si sostanziava nel calibro 30CH (presentato nel 1947), con l’aggiunta del dispositivo flyback. Dunque, stiamo parlando di un movimento meccanico cronografico manuale con funzione flyback. Queste le sue caratteristiche di base: affissione bi-compax, con secondi crono centrali, minuti crono semi-istantanei al 3, secondi continui al 9 e scala tachimetrica periferica; 18.000 alternanze/ora e misurazione crono a 1/5 di secondo; diametro di 29,8 mm (13 ¼’’’ e altezza di 6,2 mm); 18 rubini; treno del tempo tradizionale, a 5 ruote; scappamento ad àncora a linea diritta; bilanciere in Glucydur con viti di compensazione; spirale auto-compensante con curva terminale Breguet; dispositivo shock-resist; smistamento della cronografia via ruota a colonne. 

Questo movimento è figlio della riflessione che il management di Longines fece al termine della Seconda Guerra Mondiale, intenzionata a ridurre i costi di produzione, incrementatisi decisamente con l’introduzione, sul calibro 13ZN, del contatore delle ore crono al 3 e del conseguente spostamento dei minuti crono al centro. Quel movimento cronografico, la Maison di Saint-Imier  lo giustificò  squisitamente per esigenze connesse al conflitto mondiale, terminato il quale, nel 1944 fu avviato lo studio di un nuovo calibro cronografico, più economico, che vide la luce, come accennato, nel 1947: il 30CH, base del 530. Un dettaglio interessante sta nel fatto che il 30CH fu l’ultimo calibro cronografico sviluppato nella fabbrica di Saint-Imier. Da quel momento, la Maison smise di sviluppare cronografi da polso, e si concentrò su altri territori tecnici.          

Calibro 431: inizio produzione nel 1967; meccanico automatico; ore, minuti, secondi indiretti al centro, data istantanea; 36.000 alternanze/ora; diametro di 25,6 mm (11 1/2’’’ e altezza di 4,8 mm); massa oscillante per la ricarica; da 17 a 25 rubini; treno del tempo tradizionale, a 6 ruote; scappamento ad àncora a linea diritta; bilanciere  anulare senza viti; spirale piana auto-compensante; sistema antiurto Kif.

Longines sviluppò il suo primo movimento ad alta frequenza, che pulsava ad una frequenza di 36.000 alternanze/ora, nel 1914, per il cronometraggio professionale. Nel 1959, la Maison ha lanciato il suo calibro 360, il primo ad alta frequenza, studiato per orologi da polso. Questo “cronometro da osservatorio”, ha ispirato l’Ultra-Chron (famiglia dei calibri 430), presentato nel 1967 e prodotto in grandi serie: calibro da 11 ½’’’, si caratterizzava per la ricarica automatica della molla del bariletto attraverso una massa oscillante, per i secondi centrali e, soprattutto, per un bilanciere operativo a 36.000 alternanze/ora, un connotato che garantiva una precisione superiore. La riserva di carica era di 42 ore. Gli orologi in cui venne utilizzato il calibro 430, fu chiamata Ultra-Chron. Uno dei derivati del calibro 430, il 431, sostanzialmente contestuale a quest’ultimo, si distingueva semplicemente per l’aggiunta della data istantanea: questa soluzione comportava, comunque, variazioni strutturali, sulla platina di base, ad esempio, per accogliere il disco delle data, oppure sul ponte inferiore del dispositivo automatico.

 Calibro 332: inizio produzione nel 1969. Deriva dal calibro Valjoux 72, un calibro che allora godeva di un altissimo credito nel contesto orologiero di qualità: meccanico manuale, fu prodotto dal 1938 al 1974. Dal diametro di 13’’’ (29,5 mm) e con uno spessore di 6.25 mm, scorreva su 17 rubini e il bilanciere con spirale Breguet, oscillava a 21.600 alternanze/ora, a partire dal 1969  (inizialmente erano 18.000 alternanze/ora). La riserva di carica era di 46 ore.  Per riconoscere a colpo d’occhio questo movimento, è sufficiente osservare la distanza tra corona e pulsanti: il pulsante al 4 è più lontano dalla corona  rispetto a quello al 2, e lo si può verificare immediatamente, osservando la ref. 8224.

Calibro 6312: inizio produzione nel 1970. Movimento elettronico con oscillatore a diapason. Deriva dal calibro ESA 9162, da 13’’’ (diametro di 29 mm), 12 rubini, frequenza di 300 Hz; precisione di +/- 1 minuto al mese. La lancetta dei secondi, evidentemente è a rotazione continua. Questo calibro fu il frutto della possibilità, da parte della ESA, di utilizzare i brevetti del Bulova Accutron. 

HydroConquest, da 41 mm, in acciaio con finitura PVD rosa su ghiera girevole unidirezionale (anello graduato in ceramica in armonia cromatica con il quadrante) e su corona a vite (protetta da spallette); impermeabilità  garantita fino a 30 atmosfere. Quadrante grigio soleil, su cui spiccano i numeri arabi sovradimensionati al 6, 9 e 12 (rifiniti, come gli altri indici a “cabochon”, con SuperLuminova), protetto da vetro zaffiro antiriflesso. Calibro automatico L888.5  (25.200 alternanze/ora, 21 rubini),  con data al 3, dotato di spirale in silicio amagnetica e di un’autonomia di 72 ore. Prezzo. 1.710 euro.

HydroConquest bicolore, in acciaio con finitura PVD oro rosa, nella versione con quadrante nero soleil. Il cinturino in caucciù “ton sur ton”, in funzione di un uso subacqueo, è dotato di  una chiusura déployante, con doppio sistema di sicurezza e prolunga per l’indosso sopra la muta. Prezzo: 1.710 euro.

Sul fondello dell’HydroConquest, chiuso a vite, si può osservare, in rilievo la personalizzazione con il logo della “clessidra alata”.

Longines HydroConquest – Nuove varianti bicolore

Osservando i modelli realizzati da Longines nel contesto subacqueo, a partire dalla seconda metà degli anni ’30, quello che maggiormente ha influenzato il design dell’HydroConquest, sembra essere il Nautilus Skin Diver, ref. 6921 del 1958. In particolare, per la costruzione corposa e massiccia delle anse, per l’accentuata zigrinatura della lunetta su fondo nero e, infine, per le cifre arabe ai quarti. La linea sportiva “professionale” HydroConquest, fu presentata nel 2007, nel contesto del lancio della Sport Collection, un concept che, comunque, non voleva rinunciare all’“attitudine” elegante, nel DNA del brand. Dopo una rivisitazione stilistica avvenuta nel 2018, oggi la gamma HydroConquest è stata completata con le varianti bicolore, in cui la finitura PVD giallo o rosa è adattata su ghiera girevole unidirezionale (anello graduato in ceramica in armonia cromatica con il quadrante), dalla marcata zigrinatura, e su corona a vite (protetta da spallette). In virtù anche del fondello serrato a vite e personalizzato con il logo della “clessidra alata” in rilievo, l’orologio è garantito impermeabile fino a 30 atmosfere e, sempre in funzione di un uso subacqueo, è prevista una chiusura déployante (su bracciale in acciaio/PVD giallo o rosa o cinturino in caucciù ton sur ton con il quadrante) con doppio sistema di sicurezza e prolunga per l’indosso sopra la muta. I quadranti, su cui spiccano gli identificativi e sovradimensionati numeri arabi al 6, 9 e 12 (rifiniti, come gli altri indici a “cabochon”, con SuperLuminova, così come per le sfere PVD giallo o rosa), protetti da vetro zaffiro antiriflesso su entrambe le superfici, sono disponibili, a seconda della versione, in grigio, blu e nero soleil o verde opaco. Il meccanismo impiegato è il calibro automatico esclusivo L888.5 (base ETA A31.L11, da 11 1/2‘’’, 25.200 alternanze/ora, 21 rubini),  con data al 3, dotato di spirale in silicio amagnetica e di un’autonomia di 72 ore. Questo il link.


Da circa 25 anni, giornalista specializzato in orologeria, ha lavorato per i più importanti magazine nazionali del settore con ruoli di responsabilità. Freelance, oggi è Watch Editor de Il Giornale e Vice Direttore di Revolution Italia

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