Il fuoriclasse neozelandese, numero uno della vela mondiale, stella del Team Luna Rossa per la 38ma America’s Cup, che avrà luogo a Napoli, il prossimo anno, si racconta alla vigilia della seconda sessione di regate preliminari della suddetta competizione, nelle quali ha trionfato. Un ragazzo il cui smisurato e precoce talento si è sposato, fin da subito, con una maniacale applicazione, tanto da farlo soprannominare “l’alieno”. Ambasciatore Omega dal 2018, ne condivide i valori e l’interpretazione del tempo, oltre, evidentemente, il Seamaster Planet Ocean.
Giocare in Coppa Davis con Roger Federer, oppure in Ryder Cup con Tiger Woods. Così, Luna Rossa si appresta ad affrontare l’ennesimo assalto all’America’s Cup, potendo contare sul numero uno della vela mondiale, il neozelandese Peter Burling. Nel giugno del 2025, come un fulmine a ciel sereno, veniva, infatti, annunciata l’entrata del fuoriclasse kiwi nel team dello sfidante italiano, dopo aver assicurato ad Emirates Team New Zealand la “Coppa delle 100 Ghinee” per tre volte consecutive (2017, 2021 e 2024). Sottolinea Burling: “Innanzitutto, voglio evidenziare che mi sono trovato benissimo ed ho vissuto anni bellissimi con Team New Zealand. Quando ho lasciato, abbiamo cercato di negoziare per organizzare la difesa dell’America’s Cup, ma vi sono state alcune questioni fondamentali su cui io e la dirigenza non riuscivamo a trovare un accordo. Quindi ho deciso di separarmi. A dire il vero, in quel momento non pensavo che sarei stato coinvolto nella successiva America’s Cup con altre squadre. Avevo intenzione di dedicarmi ad altro e di avere un po’ più di tempo libero. Praticamente non appena la mia separazione da Team New Zealand è diventata pubblica, sono iniziate ad arrivare diverse proposte su come ‘impiegare il mio tempo”. Altissime, dunque, sono le aspettative del “popolo di santi e navigatori” relativamente alla possibilità che il campione di Tauranga (situata nella Baia dell’Abbondanza, nell’Isola del Nord della Nuova Zelanda), classe 1991 (è nato il 1° gennaio), 187 cm di altezza per 85 chilogrammi di peso, faccia centro per la quarta volta.

Peter Burling, neozelandese, classe 1991, punta di diamante del Team Luna Rossa.
Talento puro e precoce, si mette in luce già con gli Optimist per poi, nel 2006 e 2007 aggiudicarsi due mondiali di fila nella classe 420. Ci racconta Peter, che abbiamo incontrato durante la preparazione per le regate preliminari della 38° America’s Cup, a Napoli, concluse il 27 settembre, con il trionfo indiscutibile di Luna Rossa sugli acerrimi rivali di Emirates Team New Zealand (Luna Rossa si è aggiudicata anche la Preliminary Regatta inaugurale a Cagliari): “Tutto è iniziato per il semplice piacere di praticare questo sport, parte di un gruppo di amici veramente fantastico. Lo consideravamo una bellissima avventura. Poi, però, sono arrivate le competizioni importanti ed è emerso l’aspetto competitivo. Penso di essere stato piuttosto fortunato a raggiungere velocemente un livello molto alto. Negli Optimist ho partecipato ai Campionati Mondiali a soli 11 anni, poi i successi con i 420 e la partecipazione alle Olimpiadi di Pechino con i 470 a 17 anni, dove sono arrivato undicesimo. Mi è servito gareggiare contro campioni più grandi di me fin da giovanissimo, una vera e propria sfida per mettere alla prova le mie capacità. In tal senso, non ho mai dovuto prendere decisioni difficili nel corso della mia carriera e prima di finire il liceo, il fatto che la vela sarebbe stata la mia vita, è stata una determinazione del tutto naturale, che l’argento olimpico ottenuto nella classe “49er” ha definitivamente sublimato”. Inutile aggiungere i sei titoli mondiali nella classe “49er” con il compagno di mille imprese (dal 2010), Blair Tuke, l’oro olimpico nel 2016, i mondiali con i Moth (barche da poco più di 5 metri dotati di “foil”) e le citate tre edizioni della Coppa America. Continua Peter: “Amo la sfida e cerco sempre di migliorare, ma, soprattutto, amo la vela e la sua varietà. In Coppa America è fondamentale lo sviluppo della barca ed una preparazione progressiva, alle Olimpiadi si dedicano molte ore ai piccoli dettagli, nelle regate oceaniche occorre considerare un enorme numero di variabili. Non ci si annoia mai”. A tal proposito, Burling ha partecipato con il Team Brunel alla Volvo Ocean Race 2017/2018 come timoniere, chiudendo al terzo posto. Tutto questo, il campione lo affronta con una straordinaria compostezza e controllo emotivo, che emergono osservandolo in regata, indice di una straordinaria sicurezza, sia quando in testa o all’inseguimento: “Credo che gli italiani stiano cercando di tirare fuori un po’ più di emozione da me, a dire il vero [sorride, ndr]. Il mio approccio alle regate è quello di cercare sempre di prendere la decisione giusta, di non lasciarmi influenzare negativamente dalle situazioni, per non perdere terreno, di mantenere un approccio ragionevolmente analitico, il che comporta in genere buoni risultati”.

Peter Burling, con il compagno di mille vittorie, a partire dal 2010, Blair Tuke, soprattutto nella classe 49er e nei tre trionfi consecutivi in Coppa America, con Emirates Team New Zealand.
Un atteggiamento che sta introducendo negli “ingranaggi” di Luna Rossa: “Il team ha una visione di lunghissimo termine ed ho un ottimo rapporto con la dirigenza. L’inizio è stato davvero molto positivo, considerando le regate preliminari svolte a Cagliari, con l’AC40 ma, in generale, sono stato colpito dal livello altissimo di tutto il gruppo, dai giovani alle donne”. Riguardo la barca, l’opinione di Peter è chiara: “Sotto il profilo della progettazione, le cose si stanno sviluppando positivamente. Riuscire a mettere in acqua la barca perfetta è il nostro obiettivo. Stiamo lavorando moltissimo sulla velocità, alla luce delle possibilità concesse dal nuovo regolamento. Se non si è veloci, la Coppa America non si vince. Sarà importante, in regata, stabilizzare al meglio la barca, in funzione delle traiettorie da seguire”. E, poi, si gareggerà a Napoli…: “Già e sarà incredibilmente speciale. Non vedo l’ora di avere un assaggio di tutto questo a settembre, durante le regate preliminari. Sono certo che il pubblico rimarrà a bocca aperta e crescerà l’attesa per l’evento finale del prossimo anno”. Peter sa bene, come abbiamo eccennato, che le aspettative sono molto alte: “È qualcosa che mi ha accompagnato per tutta la carriera. Le aspettative di vincere, di superare gli avversari sono sempre state molto alte. Personalmente, apprezzo molto questa sfida personale, quando ci sono grandi aspettative vi è tanta adrenalina, che ti spinge a dare il massimo e ad essere all’altezza della situazione. Per me, come atleta, se non ti godi questi momenti, probabilmente non hai scelto la professione giusta”. L’Italia, per la sua storia, passata e presente, in ambito velico, non può non vantare nella sua bacheca la Coppa America: “Sono in corsa da molto tempo” – aggiunge Burling – “e l’opportunità di contribuire a portare, per la prima volta, la Coppa America in Italia, è decisamente stimolante. Il team è molto forte e, torno a sottolineare, la collaborazione ed il dialogo con i progettisti per ottimizzare la performance della barca e renderla veloce, sono costanti”. E già, il dialogo, ma a che punto è l’italiano di Peter: “Le lingue non sono mai state il mio forte. Ricordo di aver faticato abbastanza anche per il corretto apprendimento dell’inglese, a dire il vero. Sto imparando un po’ alla volta e, lentamente, riesco a capire un po’ di più i dialoghi. È mia intenzione entrare a far parte di questa squadra, in modo totale e mi sto impegnando, agevolato anche dalla goliardia e simpatia dei miei compagni, per accelerare il processo”. Inevitabile, affrontare, con Peter, il tema del tempo e del suo rapporto con esso: “Ultimamente la vita è piuttosto frenetica, quindi è fondamentale mantenere un buon equilibrio con il tempo per poter continuare a pensare in modo creativo, prendere decisioni corrette e migliorare costantemente. In gara, poi, quando divengono importantissimi i secondi, è necessario operare per priorità e decidere. Un regola che, nella fase di partenza, diviene assolutamente imprescindibile”. Il tempo del campione neozelandese è “battuto” da Omega dal 2018: “Con Omega mi sento in famiglia e, poi, constatare come riesca a far evolvere e sviluppare ulteriormente un prodotto già, di per sé, raffinato e di altissimo livello, apportando continui miglioramenti, è davvero straordinario. Il brand può vantare una splendida storia, è stato il primo ad introdurre determinate soluzioni tecniche ed estetiche nell’orologeria, ancora oggi di riferimento e ha contribuito a cambiare la percezione del tempo. È stimolante il modo in cui continua a proiettarsi verso il futuro, un valore che condivido pienamente. Sono rimasto impressionato dalla manifattura di Bienne, dalla cura del dettaglio, dalla regolazione della pressione e dalle procedure di aspirazione per assicurarsi che non ci sia il più inifinitesimale granello di polvere all’interno dell’orologio, dal modo in cui vengono selezionati tutti i componenti, dall’efficienza e dalla struttura stessa dell’edificio, dove si apprezza l’integrazione verticale dei processi”. Al polso di Peter non manca mai il Seamaster Planet Ocean, del quale ricordiamo, qui di seguito, la versione con ghiera arancione in ceramica.

Seamaster Professional Planet Ocean, in acciaio, da 42 mm (spessore di 13,79 mm), vetro zaffiro, anello della ghiera girevole unidirezionale in ceramica arancione, sfacci lucidi sulla carrure angolare, corona e fondello serrati a vite. Impermeabilità fino a 60 atmosfere. Quadrante nero mat, lancette a freccia e indici a barretta applicati (numeri arabi ai quarti verniciati opachi) luminescenti. Movimento automatico di manifattura, calibro Co-Axial Master Chronometer 8912, riserva di carica di 60 ore. Cinturino in gomma arancione, chiusura déployante. Prezzo: 8.800 euro.

Sul fondello, chiuso a vite, del Seamaster Planet Ocean è inciso al laser il Cavalluccio Marino, simbolo della collezione.
Seamaster Planet Ocean con lunetta arancione
La lunetta girevole unidirezionale arancione può considerarsi un marchio di fabbrica del Planet Ocean di Omega, naturale sviluppo dello storico Seamaster nella variante “300” del 1957. Presentato nel 2005, in un ventennio è stato oggetto, con quello illustrato, di ben quattro interventi evolutivi, a costituire ormai, una vera e propria saga, mai, comunque, svincolata da quella che ha visto la Maison di Bienne protagonista assoluta nella definizione ed affermazione dell’orologio subacqueo, a partire dal 1932, con il Marine a doppia cassa rimovibile. Omega, infatti, ha sempre continuato a consolidare la sua maestria negli orologi “diver”, guadagnandosi la fiducia di generazioni di esploratori oceanici, pionieri e scienziati. E, come accennato, ecco, i primi modelli Planet Ocean arrivare nel 2005, da 42 mm e 45,5 mm, impermeabili fino a 600 metri. Il connubio anello graduato della ghiera girevole unidirezionale arancione e ceramica fu introdotto nel 2014, sul Planet Ocean GMT, in platino e il quarto sviluppo della collezione, oltre alle 60 atmosfere d’impermeabilità ed ai calibri certificati Master Chronometer, ha accentuato superfici nette e angolari e ha ridotto lo spessore a 13,79 mm (dai 16,1 mm dei Planet Ocean di terza generazione), in virtù di una carrure più slanciata con sfacci lucidi – internamente accompagnata da anello in titanio – tanto da migliorare la resistenza, rinunciando alla consolidata valvola per l’elio al 10, con vetro zaffiro piatto, perfettamente integrato sulla lunetta. Nella versione illustrata, in acciaio da 42 mm, sull’arancione della ghiera, la scala d’immersione bianca è in ceramica ibrida, mentre i numeri arabi ai quarti sono verniciati ton sur ton sul quadrante nero, accompagnati da sfere a freccia e indici applicati luminescenti. Il fondello è avvitato in titanio grado 5 e personalizzato con l’iconico “cavalluccio marino”. Completano l’insieme il calibro automatico Co-Axial Master Chronometer 8912 (25.200 alternanze/ora, autonomia di 60 ore) e il cinturino in caucciù arancione.

Sul quadrante permangono le tradizionali sfere a freccia, proprie degli storici Seamaster, mentre il colore arancione connota, senza ombra di dubbio, l’orologio, verniciando i numeri arabi interni ai quarti ed accompagnando l’efficace luminescenza d’indici e lancette. Sulla ghiera in ceramica la scala sessagesimale bianca è realizzata in ceramica ibrida.
Da circa 25 anni, giornalista specializzato in orologeria, ha lavorato per i più importanti magazine nazionali del settore con ruoli di responsabilità. Freelance, oggi è Watch Editor de Il Giornale e Vice Direttore di Revolution Italia



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